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Economia

L'EDITORIALE

“Chiuso per ferie”. L’industria senza commesse ferma gli stabilimenti

agosto 2020

Cura Italia. Liquidità. Rilancio. Semplificazione. E ancora “Progettiamo il futuro” e “Patto per l’Export”. Sfiorano quota 60 i decreti varati dall’inizio dell’anno. E siamo in attesa di quello rinominato “Decreto Agosto”.
Nel frattempo, però le aziende vanno in ferie. E non perché si respiri aria di attese e meritate vacanza. No, le industrie si fermeranno ad agosto perché non hanno motivo di restare aperte: quasi nessuna nuova commessa dopo il lockdown per quasi il 20% degli industriali. Vi è solo uno sparuto 3% che ha ricevuto dai mercati internazionali un po’ di ossigeno.
In attesa della tanto annunciata ripartenza, il 70% delle aziende è pronto a mandare in ferie gli stabilimenti.
E mentre non si parla più dei ritardi della cassa integrazione - perché sì è stata erogata per i mesi di marzo e aprile ma nel frattempo siamo giunti ad agosto - e siamo in attesa di conoscere, come cittadini e imprenditori, cosa il governo ha in serbo per l’autunno, il sistema produttivo abbassa le serrande. In alcuni casi definitivamente.
Perdendo ricchezza sul territorio, posti di lavoro, conoscenze e competenze. Quelli bravi lo chiamano “know how”.
E se negli ultimi anni abbiamo detto addio a circa 90 mila imprese a ogni 31 dicembre, quest’anno il conteggio sarà catastrofico. Perché se la situazione delle piccole e medie imprese era già complessa e precaria prima del virus, oggi non può che essersi aggravata.
Assunta a città simbolo della lotta al contrasto della pandemia, Bergamo viene oggi ulteriormente schiaffeggiata da un’emorragia silente di aziende che non ce l’hanno fatta.
Trecento. Le attività che, per rimanere nella nostra provincia, non riapriranno. Tra queste alcune hanno fatto la storia della nostra città, come la Taverna del Colleoni in piazza Vecchia.
Soffermiamoci solo un attimo proprio sul turismo: in Città Alta, non ha ancora riaperto nemmeno l’Hotel Gombito, mentre l’Agnello d’Oro è chiuso da anni per ristrutturazione. Ha chiuso invece i battenti l’Hotel Relais San Lorenzo l’unico cinque stelle di Bergamo.  Impensabile se si pensa che la nostra città ha vissuto negli ultimi anni un vero e proprio Rinascimento tanto da esser ritenuta una meta turistica di rilievo internazionale. Un avventore su due, nel 2019, proveniva infatti da altri paesi europei.
Oggi i numeri fanno paura: il Covid-19 ha provocato un calo secco degli arrivi di turisti accusando un -63,5% nei primi sei mesi del 2020.
E le previsioni per l’autunno non sembrano lasciare molte speranze: le imprese, al di là del settore di appartenenza ma ascrivibili al manifatturiero, chiuderanno l’anno con una perdita media del fatturato del 25% (25,3%).
Inevitabile, anche a causa del blocco dei licenziamenti, il ricorso all’utilizzo degli ammortizzatori sociali: a farne uso è il 66% degli imprenditori e riguardano in media il 60% dei dipendenti, con incidenza perfino maggiore in settori come la metalmeccanica, il legno-arredo e il tessile.
Eppure, e ci tengo a ricordarlo, ciascun imprenditore vorrebbe camminare con la forza delle sue sole gambe: l’80% degli industriali intervistati da Confimi Industria, associazione datoriale che presiedo, ritiene che gli ammortizzatori sociali siano solo un’azione di tampone e chiede piuttosto che il Governo intervenga con politiche concrete per la riduzione del costo del lavoro.
Ed eccoci a tornare in cima a questo scritto. Siamo stati auditi, interpellati, chiamati a consiglio. E in ogni occasione di confronto lo abbiamo ricordato fino allo sfinimento.
Le piccole e medie imprese italiane hanno solo bisogno che vengano loro rimossi quegli ostacoli che gli impediscono di competere sul mercato, di avere un prezzo vantaggioso senza rinunciare a quella qualità che viene riconosciuta ai prodotti del “fatto in Italia”.
Siamo la terza manifattura d’Europa, superati seppur di poco dalla vicina Francia. E non per nostri demeriti, per scelte industriali sbagliate o per esserci adagiati sugli allori.
Piuttosto perché siamo costretti a competere sostenendo costi iniziali impossibili: innumerevoli i balzelli di tasse e accise che pesano sul costo dell’energia rendendola la più cara al mondo, improbabile il costo del lavoro che vien speso per ogni singolo lavoratore, costringendo noi a pagare un costo tra i più alti in Europa senza però raggiungere le tasche dei nostri collaboratori.
Il virus, per sua natura invisibile, ci ha costretti a giocare a carte scoperte. La partita del cambiamento possiamo ancora vincerla. Basta volerlo.
Paolo Agnelli


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